Racchette in... letteratura

 

NEVE di Maxence Fermine


La neve è una poesia.
Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri.
Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio.
Ha un nome. Un nome di un candore smagliante: Neve.

Nel nord il magnetismo della vita sulla pista è fatto da molte cose. E' il suono di un abete rosso che si spezza per la temperatura glaciale. E' la luce tremula di una candela euforica che illumina il riparo offerto da una tenda. E' il sorprendente frullio d'ali dello stormo di pernici bianche che si alza in volo per allontanarsi da una muta di cani in avvicinamento. E' la silenziosa danza dell'aurora multicolore che volteggia nel cielo. E' il vigore fisico che ogni giorno ti insegna come affrontare le sfide della vita. E' il salutare profumo di una bistecca di caribù che sfrigola in padella e ti fa venire l'acquolinain bocca. E' lo scricchiolio delle racchette da neve e il rischiare del toboga contro una gibbosità del ghiaccio. E' il comico verso rauco del corvo che saltella nel tuo campo in cerca di avanzi. E' il suono sibilante del ghiaccio che si espande e si contrae in un vicino torrente. E' l'aroma fragrante dei rami di abete rosso che penetra nella tenda durante la notte. E' la vista di un gruppo di caribù che vagano come spettri nelle nebbie mattutine. E' il cameratismo degli uomini che si aiutano a vicenda per raggiungere l'obbiettivo comune. E' la rinnovata libertà della pista.
The Lost Patrol
Dick North

Ti trascinavi ostinatamente ma resistevi perché il lavoro di racchetta in condizioni del genere, richiedeva molto più sforzo muscolare rispetto al passo normale. Prima bisognava pressare un metro di neve polverosa perché la racchetta aveva le maglie larghe e sotto il peso di un uomo affondava trenta centimetri nella superficie morbida.
Quando il piede si alzava non poteva procedere con la solita inclinazione e bisognava alzarlo in verticale. Ogni volta che la racchetta da neve pressava la neve, la punta doveva affrontare un muro verticale di trenta centimetri (dopo una nevicata notturna o su una pista ancora intatta). Se il piede si inclinava in avanti durante il movimento che sollevava la racchetta, anche di poco, la punta penetrava nel muro di neve che faceva da impedimento e si rovesciava in giù e a quel punto il tacco della racchetta colpiva la gamba. Perciò bisognava star dritti e ogni volta alzare di trenta centimetri il piede prima di far piegare in avanti il ginocchio.

Jack London “Radiosa aurora”, 1910

Di tutti i lavori estenuanti, quello di aprirsi la pista è il peggiore...
Chi prova per la prima volta, se non riesce ad evitare di accavallare la racchetta, rinuncia esausto dopo cento metri ... chi non riesce ad intralciare i cani per un’intera giornata potrà strisciare nel sacco a pelo con la coscienza a posto e un orgoglio che supera ogni comprensione. E chi riesce a viaggiare venti sonni sulla lunga pista è un uomo che anche gli dei possono invidiare. Anche se l’apripista rendeva le cose più facili per la muta, se non era in condizioni fisiche ottimali e rallentava anche di poco il cane di testa andava a sbattere contro le racchette. A questo punto chi procedeva inciampava e cadeva.

Jack London "Il silenzio bianco", 1900

E la slitta si allontanò rapidamente da Artillery Point, tirata dai cani contenti e uggiolanti. L’uomo precedeva la muta e, con le racchette ai piedi, avanzava faticosamente sulla neve. Joe, dietro, in piedi sui pattini della slitta, spingeva, ma ogni tanto sfruttava anche la forza dei cani. La notte aveva quel tipico chiarore spettrale dato dal riflesso della luna sulla neve. Più tardi apparvero leggere nuvole neroblu e cadde qualche fiocco di neve, ma la visibilità restò buona.
Hugo Pratt "Jesuit Joe", 1991

 

 

 

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